Nel Padre Nostro, Gesù chiede ai suoi discepoli di far propria la sua preghiera: “Sia fatta la tua volontà”. Mai egli rivendica una volontà propria, fino al momento decisivo, nell’Orto degli Ulivi, quando Giuda sta arrivando per consegnarlo a chi lo metterà in croce: “Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice; però non come voglio io, ma come vuoi tu” (Mt 26,39). In realtà, una volta, una sola, Gesù usa la parola “voglio”, con piena consapevolezza e con la convinzione di averne il diritto. In quell’ultima sera, nel Cenacolo, dopo aver consegnato ai discepoli parole che sono il suo testamento, egli rivolge al Padre la solenne preghiera per i suoi discepoli, quelli di allora e quelli che si aggiungeranno nei secoli a venire; è riportata dall’evangelista Giovanni (cap.17): “Tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me. Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo”.
Fin dai primi tempi del Cristianesimo, come attestano le lettere di san Paolo, noi abbiamo disobbedito, abbiamo creato partiti, lotte di potere, fino a divisioni che si sono consolidate, al punto da quasi non dare più scandalo: la divisione dagli Orientali dura da mille anni e quella dagli Evangelici (i “protestanti”) da cinquecento. La cosa più grave è, che ci stiamo abituando. Per questo, è importante la Settimana di preghiera per l’unità ei cristiani, che si conclude oggi. Se non altro, crescono la stima e l’amicizia, e si tocca con mano che le differenze possono essere una ricchezza: un’unica luce, riflessa da molti specchi.
Dalla storia delle nostre divisioni, possiamo riconoscere una malattia spirituale, che mi sembra il pericolo più grave che corre oggi il Cristianesimo. Ho titolato questa riflessione con una domanda, se possa esistere un Cristianesimo senza Cristo.
Vedo il pericolo, che nasce quando presumiamo delle nostre forze. In sostanza, anche se non lo affermiamo in modo esplicito, riduciamo il nostro essere cristiani al compimento di opere buone, che Dio deve riconoscere e premiare. Certo, le opere sono importanti e il vangelo ci stimola a compierle; ma si dovrebbe tener conto di una parola di Gesù, pronunziata sempre nell’Ultima Cena. Egli paragona il rapporto tra lui e i suoi discepoli a quello che unisce il ramo al tronco dell’albero; se il ramo si stacca, si secca e non produce frutto. Gesù dice: “Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15,4s.). Che il ramo si vanti per i suoi frutti è cosa sciocca, ma noi facciamo proprio così: quando le cose vanno bene, attribuiamo il successo a noi stessi, alle nostre doti e capacità. Non teniamo conto che, senza Gesù, senza la sua grazia, noi non possiamo portare frutto; anzi, vi è come una forza di gravità, che ci trascina al male, anche a quello che non vogliamo. Non c’è una terza via, uno stato di neutralità: “Senza di me, non potete fare nulla”. Eppure, la Sacra Scrittura ce lo dice con chiarezza: “Anche voi (voi pagani, intende l’apostolo) eravate morti per le vostre colpe e i vostri peccati. Anche tutti noi (intende gli ebrei), come loro, un tempo siamo vissuti nelle nostre passioni carnali seguendo le voglie della carne e dei pensieri cattivi: eravamo per natura meritevoli d’ira, come gli altri. Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati” (Ef 2). Riprenderemo il discorso la prossima settimana. Parleremo della grazia..
25 gennaio 2026 don Giuseppe Dossetti