“IL LAVORO” – 129^ lettera alla comunità al tempo del coronavirus e della guerra – don Giuseppe

Massimo Gramellini ha dedicato un suo “Caffè” a Nicoletta, l’operaia di Piacenza rimasta schiacciata da un macchinario in vetreria. Egli ha intitolato il suo pezzo, “L’invisibile”. Infatti, è proprio così: ci sono tra noi persone che andrebbero riconosciute come santi o eroi: Nicoletta faceva sempre il turno di notte ed era riuscita a far studiare due figli all’università; riusciva anche ad accudire una madre invalida. Di lei nessuno si è accorto, finchè è morta e un giornalista intelligente ha voluto conoscere la sua storia.

              Dobbiamo concludere, allora, che è meglio evitare il lavoro, soprattutto quello dipendente, da lasciare a chi non sa trovare alternative? Un po’come gli antichi, che elogiavano l’”otium”, il dedicarsi alle arti liberali, e disprezzavano il “negotium”, le attività da lasciare ai servi.

              Io ho conosciuto la dignità degli uomini del lavoro: per tredici anni ho lavorato in una fabbrica metalmeccanica. Ero già prete e questo mi rendeva consapevole che in qualunque momento avrei potuto lasciare la fabbrica. Di fatto, le cose andarono proprio così, perché in quindici giorni passai dalle macchine ai tossicodipendenti del CeIS. I miei compagni di lavoro non avevano alternative come le avevo io. Per loro, il lavoro manuale era una necessità, non solo per sé, ma per la loro famiglia. Essi non disprezzavano il lavoro: cercavano di renderlo più umano, più sicuro e dignitoso; lo consideravano un luogo in cui vivere la solidarietà e l’amicizia.

              Nelle ore passate in fabbrica, si imparava l’obbedienza. Non tanto però l’obbedienza al capo o al padrone, ma l’obbedienza alla vita. Per loro, la libertà non era l’inquieta ricerca di esperienze sempre nuove. Solo oggi ho l’occasione di dire loro che erano uomini liberi, proprio perché con un atto di libertà interiore ogni giorno sceglievano quella dura disciplina.

              Essi erano uomini saggi. Capivano che l’inquietudine era nemica dei rapporti più importanti, come quelli della famiglia. Mi ritrovo a pensare che forse ci si sposa così poco, non tanto perché le retribuzioni siano basse (allora, lo erano più di adesso)o perché manchino servizi importanti per le famiglie. Sia chiaro: io penso che sia  necessario e giusto rivendicare retribuzioni dignitose e iniziative che rendano lo Stato amico della famiglia. Ma sposarsi e generare figli richiede una stabilità interiore, che porta a ripetere ogni giorno, “io sono il tuo uomo, io sono la tua donna”; e quella promessa, “per sempre”, si fa carne e sangue nei figli.

              Il più autorevole predicatore cristiano, Paolo di Tarso, ne dà conferma. Ai discepoli di Tessalonica, l’attuale Salonicco, ricorda che, con loro, egli non è stato uno di quei ciarlatani, che propagandavano culti esoterici: “Noi non siamo stati oziosi in mezzo a voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno. Vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuole lavorare, neppure mangi” (2Tess 3,9ss.). Magari, questi esaltati cercavano una scusa nella fede in un pronto ritorno di Gesù, come giudice: non valeva allora la pena di sporcarsi le mani, se la fine del mondo era così vicina.

              Paolo è convinto lui pure del prossimo ritorno del Signore; tuttavia, ha già ricordato ai Tessalonicesi, in una lettera precedente, che, se il mondo non finirà presto, almeno finirà la vita sua e dei suoi corrispondenti: “Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri, che non hanno speranza” (1Tess 4,13); e, saggiamente, aggiunge: “Quanto poi ai tempi e ai momenti, fratelli, … sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte (5,1s.). Quindi, non ha senso perder tempo in elucubrazioni sciocche: cerchiamo invece di prepararci e di essere pronti e degni per quel giorno, che sia la fine del mondo o la fine della nostra vita. Questo avviene proprio con il lavoro: “Sentiamo infatti che alcuni tra voi vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione. A questi tali … ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità” (2Tess 3,11s.). E’ bello, oltre che vero, che la speranza si alimenti alla disciplina interiore e alla perseveranza nella via che ciascuno ha avuto in sorte.

13 novembre 2022                                                             don Giuseppe Dossetti