MARIA MADDALENA – 68^ lettera alla comunità al tempo del coronavirus – don Giuseppe

La figura di Maria Maddalena mi affascina e credo possa aiutare coloro che, in questi tempi, piangono accanto al sepolcro dei loro morti. Anche Maria piange, accanto al sepolcro vuoto di Gesù. Ella pensa che qualcuno abbia rubato il cadavere, ultimo insulto per far scomparire la memoria del Maestro. A differenza dei due apostoli, Pietro e Giovanni, che sono venuti a controllare, lei rimane lì, non torna a casa, come sarebbe logico; ma Maria segue un’altra logica, quella dell’amore, e l’amore non può ammettere che la persona amata appartenga ormai al passato, sia caduta dall’orizzonte della nostra vita. Per Pietro e Giovanni la morte di Gesù è un fatto: il sepolcro vuoto, la sottrazione del cadavere sono altri fatti che si aggiungono al primo e non ne modificano la natura pesante e chiusa in se stessa. Per Maria, la morte di Gesù è invece un atto: è qualcosa che è avvenuto con una finalità, è avvenuto per, come dice Paolo in una sua lettera (2Cor 5,14): “ Fratelli, l’amore del Cristo ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti”. Quale sia questa finalità, è ancora misterioso, per Maria; ella però avverte che quella morte la interpella, è ancora nel suo orizzonte presente: è per lei, perché la sua vita abbia un segno diverso: nulla potrà essere come prima.

Maria rimane accanto al sepolcro proprio per confrontarsi con quella morte, che non può essere archiviata nel passato. Se lo facesse, come hanno fatto Pietro e Giovanni, non ci sarebbe altro da fare se non tornare alla vita precedente, consapevoli di essere prigionieri della pesantezza dei fatti. Ora, invece, intuitivamente, ella avverte che per quella morte tutto ricomincia per lei: come, non saprebbe dirlo. Al momento, c’è il dolore per la privazione dell’amato: ella però non si chiude in esso, quel dolore non diventa la sua prigione. Le sue lacrime sono il segno che quella morte è ancora una realtà presente, che essa le vuol dire qualcosa, al momento apparentemente solo sofferenza, sconforto, nostalgia, mancanza di un futuro: eppure lei, oscuramente, pensa che le si apra la prospettiva di qualcosa che continua, forse, per il momento, soltanto come un profondo dolore.

Per questa ragione, il Risorto si manifesta a lei e non a Pietro e Giovanni. Il dolore, il pianto, il rimanere accanto al luogo che le ricorda la morte di Gesù, fanno sì che quella morte non sia assorbita dal passato: essa è presente e allora il Risorto può farsi presente.

L’incontro avviene, perché Gesù pronuncia il nome della donna: “Maria!”. In quel momento. Maria diventa “cristiana”, cioè non soltanto riconosce che la morte non ha l’ultima parola, ma che ormai la sua vita appartiene a quel “Tu”, che a sua volta appartiene a lei, per sempre.

Tutto nasce di lì: la dignità dell’uomo, il perdono offerto a tutti, la carità, la comunione dentro e fuori la Chiesa. Se il cristiano perde questo rimanere presso la morte del suo Signore, correrà il pericolo di cadere nel moralismo o nell’ideologia; se, invece, ritornerà continuamente, come Paolo, a considerare che “uno è morto per tutti”, quel piccolo “pergli aprirà sempre nuove strade, strade di consolazione, di libertà e di speranza. Nello stesso tempo, egli porrà sulla strada degli altri uomini questa “pietra d’inciampo”, che forse li costringerà a fermarsi, a rientrare in se stessi, a chiedersi se per caso anche per loro quell’evento porta con sé una parola, che rimetta in moto o sostenga una ricerca.

Ho considerato spesso i monumenti, che sorgono in tutte le città e i paesi, e che portano incisi i nomi dei caduti delle guerre. Non si tratta solo del fare memoria, ma di riattivare un rapporto, di sentire che essi appartengono ancora alla nostra storia. Qualcuno potrebbe obiettare che l’intenzione è stata discutibile, perché velata dal nazionalismo, ma credo che per i famigliari e per le comunità, così profondamente ferite, sia stata una consolazione e abbia costretto a interrogarsi sul significato di quelle morti, sul compito che spetta ai vivi. Perché non facciamo lo stesso per i morti della pandemia? Non possiamo archiviarli come numeri, chiamiamoli per nome, come ha fatto Gesù con Maria Maddalena. Ci potranno ispirare pensieri buoni, almeno di una solidarietà più grande con gli altri abitanti di questo doloroso mondo.

25 luglio 2021                                                                       don Giuseppe Dossetti