“DAVIDE E GOLIA” – 114^ lettera alla comunità al tempo del coronavirus e della guerra – don Giuseppe

               Davide era l’ultimo figlio di un pastore di Betlemme. C’era la guerra con i Filistei e il ragazzo venne mandato al campo, per sapere come stavano i suoi fratelli. In quel mentre, dalle schiere filistee uscì un gigante, Golia, alto quasi tre metri, che si mise a sfidare gli israeliti; “Si decida la guerra con una singolar tenzone, tra me e un vostro campione!”. Prudentemente, nessun guerriero ebreo si offrì. Ma Davide dichiarò di essere disposto ad affrontare il duello. Il re Saul, visto che non c’era niente di meglio, mosso dalla disperazione accettò. Rivestì Davide della sua corazza e gli diede la sua spada: ma il ragazzo non era abituato e non riusciva a muoversi per il peso di quelle armi, Così, se ne sbarazzò e combattè a modo suo, con la fionda, abbattendo Golia con un sasso ben assestato.

              Anche Gesù esorta i suoi discepoli a non confidare troppo nei mezzi umani: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento” (Mt 10,8-10). La storia della Chiesa, il suo diventare chiesa di popolo, dal piccolo gruppo di discepoli degli inizi, ha portato a “interpretare” queste parole di Gesù; tuttavia, in ogni generazione, c’è chi sente la chiamata, come Francesco d’Assisi, a vivere questo vangelo “sine glossa” (in latino, “glossa” vuol dire appunto interpretazione). Il fascino di quest’immagine di Chiesa è forte anche per chi, come me, è più profondamente inserito nell’istituzione e deve occuparsi quotidianamente di cose mondane.

              Tuttavia, penso che a Gesù non interessi primariamente la povertà dei suoi discepoli: mi pare che per lui la cosa più importante sia il messaggio che egli affida loro: il “Regno di Dio” e la sua manifestazione, la pace. La fiducia nei mezzi umani può portare all’orgoglio, al compiacimento di se stessi, forse anche al rovesciamento del fine che ci si propone. L’esempio massimo è la guerra santa, quando cioè si pensa di promuovere la causa di Dio e di valori come la giustizia, per il tramite delle armi.

              In altre parole, credo che Gesù ci esorti a cercare la purezza del cuore: in una sincera e umile ricerca, ciascuno di noi troverà la sua misura, che sarà forse diversa da quella di ieri e non corrisponde a quella di domani.

              Sentiamo però l’urgenza pressante delle parole di Gesù: “La messe è molta, gli operai sono pochi” (Lc 10,2). Normalmente, si volge l’attenzione alla scarsezza di operai e si riduce tutto a pregare perché qualche giovane entri in seminario. Ma gli operai sono pochi, proprio perché la messe è molta. I pani sono pochi, perché c’è una folla che ha fame.

              Gesù vuol rendere i suoi discepoli responsabili di fronte ai loro fratelli uomini: “Date loro da mangiare; voi, proprio voi!”, dice quando gli affamati sono cinquemila e i pani sono cinque. Che cosa vuol dire questo per ciascuno di noi?

              Penso che, prima di tutto, Gesù ci esorti a non avere paura: il piccolo Davide prevale sul gigante Golia. Ma bisogna cominciare a distribuire il pane, il poco che abbiamo. Esso si moltiplicherà strada facendo. Essere consapevoli della nostra piccolezza non ci deve bloccare: vorrebbe dire che, ancora una volta, noi usiamo le misure e i criteri del mondo.

              Non dobbiamo neppure lasciarci abbattere dai nostri fallimenti, dalle nostre infedeltà. La pace è prima di tutto il dono del Risorto, di quella presenza costante, amante e perdonante, di colui che restituisce a Pietro un nuovo inizio, chiedendogli solo una cosa: “Mi ami tu?”.

              Per questo, penso che sia molto importante avere qualche momento di intimità con noi stessi. E’ utile farsi aiutare dal libro dei vangeli: propongo, per queste settimane d’estate, il capitolo 6 del vangelo di Giovanni. Potremmo riscoprire l’importanza e la dolcezza dell’Eucaristia, che non può essere obbligo, ma incontro. Così, quella che chiamiamo preghiera diventa ascolto e colloquio pacificante. Non ci sarà neppure il pericolo che parlare di questa nostra esperienza diventi propaganda, perché non confideremo nei nostri programmi e nelle nostre forze, ma affideremo i nostri fratelli uomini alla guida del divino Pastore.

03 luglio 2022                                                                      don Giuseppe Dossetti