“FUORI DELL’ACCAMPAMENTO” – 109^ lettera alla comunità al tempo del coronavirus e della guerra – don Giuseppe

Gli ultimi atti della vicenda terrena di Gesù si svolgono fuori della città. La Lettera agli Ebrei lo sottolinea: “Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, subì la passione fuori della porta della città” (Ebr 13,12). Non solo, ma anche l’”ascensione al cielo” avviene sul Monte degli Ulivi, che è di fronte a Gerusalemme (Lc 24,50). Sembra che egli voglia far crollare i muri, dissolvere le barriere, aprire le porte chiuse. La lancia del soldato apre il suo cuore, il velo del Tempio, l’ultimo diaframma, che separava l’uomo da Dio, si squarcia da cima a fondo; il masso, che chiudeva il sepolcro, viene rovesciato e le porte, dietro le quali si nascondevano i discepoli, non riescono a impedire il suo ingresso. Domenica prossima, poi, ricorderemo la Pentecoste: un vento impetuoso e l’ardore delle lingue di fuoco spingono i discepoli nella piazza della città, dove sono convocati gli uomini di ogni nazione:  la barriera delle lingue diverse si dissolve e si ricompone l’unità del genere umano.

              In realtà, il mondo d’oggi non assomiglia a Gerusalemme, ma piuttosto a Gerico e a Babilonia. Tutti ci poniamo la domanda se quelle mura possano crollare, se la paura che le ha erette possa aprirsi all’incontro con coloro che parlano lingue diverse.

              La guerra è il trionfo di Babele. Diciamolo a voce alta; riconosciamo che essa non risolve nulla, ma aggrava e perpetua i problemi che essa avrebbe dovuto risolvere. Le prove le abbiamo sott’occhio, ma non le vogliamo vedere. Le guerre combattute in questo inizio di secolo hanno lasciato macerie morali, che saranno molto difficili da sanare. La stessa cosa la vediamo oggi, in Ucraina, ma anche in quel conflitto inesausto, che dissangua Israele e Palestina.

              Sia chiaro: il cristiano non può tacere la verità. In Ucraina c’è un aggressore e un aggredito. In Terrasanta, c’è un oppresso e un oppressore: l’assalto della polizia israeliana al funerale della giornalista araba uccisa a Jenin rimane come documento dell’assenza di pietas, della disumanità alla quale Babele può arrivare. Non è poco, dire la verità. Ma poi, che cosa facciamo? La verità deve portare alla libertà, non alimentare nuovi odii e, di conseguenza, nuove violenze.

              La via, che si pensa di perseguire, è quella della vittoria, cioè vincere la guerra con ancora più guerra. Purtroppo, anche uomini di Chiesa si lasciano sedurre dalle grandi parole dell’orgoglio nazionale o si rassegnano ai meccanismi, apparentemente inarrestabili, del mondo.

              Oggi però ci viene proposta una duplice apertura, delle quali una è la conseguenza dell’altra.

              Anzitutto, un’apertura verso l’alto, l’”ascensione di Gesù al cielo”. Questo simbolo si riferisce all’abbattimento della barriera tra l’uomo e Dio, il “cielo”, appunto, la creazione di “una via nuova e vivente” (Ebr 10,20): Gesù fa della sua morte il supremo atto sacerdotale, l’ingresso nel santuario cosmico, con la forza inesauribile del suo sangue. Il linguaggio del mito vuole comunicarci l’abbattimento di ogni barriera, la dignità di ogni uomo, la perenne possibilità del perdono. In questa prospettiva, la guerra non può esistere. Ricordo il sacrificio di don Pasquino Borghi e di tanti altri. Egli viene fucilato come traditore, per aver ospitato uomini in fuga, ma la sua morte, che, nella mente degli uccisori, avrebbe dovuto rendere perpetuo il confine dell’odio, diventa, per il ragazzo che lo uccide, motivo di conversione e di speranza.

              C’è però un prezzo, che la Lettera agli Ebrei mette bene in evidenza: “Usciamo dunque verso Gesù, fuori dell’accampamento, portando il suo disonore: non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura” (Ebr 13,13s.). Dobbiamo dunque uscire dalla città, dai suoi modi di ragionare, dal suo sistema di valori. Il rapporto tra il cristiano e la storia è ambivalente: non può essere quello dell’isolamento, che diventa fanatismo; non può essere neppure ll “servire a due padroni”, il cedimento agli idoli del mondo. Egli deve “portare il disonore” di Cristo, cioè la sua croce: essa appare come fallimento, ma se un giorno gli uomini si chiederanno se sia possibile un nuovo inizio, è lì che dovranno cercare.

              Non stanchiamoci di invocare la pace, per le vittime e per i carnefici. Può darsi che questo ci attiri la critica di chi ci vorrebbe schierati. Forse, il dichiarare che “non abbiamo quaggiù una città stabile”, potrà attirare l’accusa di ingenua e impossibile neutralità. Ma chiedo: quando tutto sarà finito, da dove si comincerà a ricostruire? E, soprattutto, chiameremo pace l’intervallo tra questa e la prossima guerra?

29 maggio 2022                                                                don Giuseppe Dossetti