“LA PAROLA PESANTE” – 111^lettera alla comunità al tempo del coronavirus e della guerra – don Giuseppe

Il vangelo di Giovanni riporta una frase alquanto misteriosa, che Gesù pronunzia nei colloqui con i discepoli nell’ultima cena: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso”. Tuttavia, “verrà lo Spirito di verità, che vi guiderà alla verità tutta intera” (Gv 16,12s.). Che cosa sarà mai questa “verità”, che, nella sua integrità è troppo pesante per l’uomo, così che sia necessario un intervento speciale di Dio, tramite il suo Spirito, per poterla comprendere?

              Potremmo pensare a qualcuno dei misteri più ardui della fede cris<tiana, come quello della Trinità: Dio è uno, ma in tre persone. Certamente. Però non basta: l’apparente assurdità dell’Uno che è Tre può trovare un senso solo grazie a un’assurdità ancora più grande, rappresentata dal colpo di lancia del soldato, che squarcia il cuore di Gesù morto in croce, così da farne uscire sangue e acqua. Per la fede cristiana, quell’uomo crocifisso è il Figlio, che si consegna al Padre fino alla morte e si consegna all’uomo, fino a permettergli l’ultimo insulto. Ma quella ferita diventa fonte di grazia e di vita, una fonte sempre disponibile per l’uomo, qualunque cosa succeda.

              Come può Dio rimanere Dio e andare a morire in croce? In tempi così duri come gli attuali, forse comprendiamo che solo questa può essere la risposta alle angosce dell’uomo. L’alternativa ci sarebbe, e altri la vorrebbero percorrere: un Dio potente, giudice della storia alla sua fine, ma anche oggi: un Dio che premia e castiga, imperscrutabile nei suoi disegni, che non può essere convocato al tribunale dell’uomo. Nessuno può chiedergli la ragione dei suoi atti, ma ci si può soltanto sottomettere, sapendo che comunque la vittoria sarà sua.

              Il Dio potente è però anche un Dio solitario. Egli non ha bisogno dell’uomo. Tra lui e la sua creatura rimane l’abisso. Il Dio di Gesù è invece il Dio che vuole la comunione con l’uomo: per questo, accetta ogni prezzo, compreso quello della croce. Essa non è un incidente e tanto meno una sconfitta: essa è voluta, come abbassamento, perché tutti possano entrare in quella porta sempre aperta del cuore trafitto.

              Il Dio della potenza è solitario; il Dio dell’amore non può essere se non trinitario.

              L’amore, infatti, presuppone un amante e un amato: terzo è l’amore stesso, che gli amanti contemplano, con la meraviglia di chi scopre ogni giorno nuove ricchezze.

              Il Dio potente sta lontano da Mariupol: gli uomini non meritano il suo coinvolgimento. Il Dio di Gesù, invece, accoglie in sé il male. La sua onnipotenza appare proprio là dove sembra essere negata. Il Dio crocifisso parla al cuore di tutti, vittime e carnefici.

              Infatti, mi chiedo: che cosa faremo, quando la fiammata della guerra si esaurirà? Le guerre sono come gli incendi: finiscono quando non c’è più nulla da bruciare. In realtà, oggi sarebbe ancora possibile circoscrivere le fiamme, anche se ogni giorno che passa diventa più difficile. C’è un rischio ancora peggiore: la guerra “a bassa intensità”, che però non finisce mai. Lo vediamo in Israele – Palestina, in Yemen, in Africa, in Myanmar. Ci si abitua alla guerra, come a un modo normale di vivere. La pace non viene neppure desiderata:  tanto, non si sa neppure che cosa sia. Che cosa può significare questa parola per un palestinese, che conosce l’oppressione da sessant’anni?

              Il Dio crocifisso parla della dignità dell’uomo; parla di perdono e di giustizia. Anche i suoi discepoli dovrebbero farlo ma, come una tragedia nella tragedia, assistiamo alla sacralizzazione della guerra anche da parte di coloro che si dichiarano credenti.

              Non stanchiamoci, quindi, di affermare che la pace è sempre possibile. L’orrore del male non tolga il coraggio. La pace è veramente una “parola pesante”. Chi crede, deve confrontarsi con la croce di Dio e chiedere con umiltà il lume dello Spirito. Chi non crede, si confronti almeno con la croce dell’uomo. Gli uni e gli altri percorrano la via dell’umiltà: riconoscano quanto è grave il pericolo di divenire in qualche modo complici. Ma la via dell’umiltà è anche la via della riconciliazione. Lo disse uno che l’aveva sperimentata, Paolo di Tarso: “Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti” (ai Romani 11,32). In altre parole, da quel Cuore squarciato fluisce lo Spirito, che altri chiameranno in altro modo; lo Spirito saprà indirizzare pensieri e azioni, così che non siamo sedotti dallo spirito del mondo, ma possiamo essere strumento di riconciliazione.

12 giugno 2022                                                                 don Giuseppe Dossetti