TU SEI IL NOSTRO RE? – 84^ lettera alla comunità al tempo del coronavirus – don Giuseppe

In difesa di Pilato, dobbiamo ammettere che la pretesa di Gesù di essere re, lui  legato, sanguinante, è molto dura da comprendere. E’ più facile pensare di aver di fronte un pazzo, un invasato, anche se le parole che pronunzia scendono misteriosamente nell’anima. Il procuratore romano coglierà l’occasione per ammonire eventuali teste calde. Un cartello, appeso al collo del crocifisso ricorda come vanno a finire coloro che si ribellano all’Impero.

              Sacerdoti e popolo di Gerusalemme, d’altra parte, rifiutano un profeta disarmato, anticipando di parecchi secoli Machiavelli. Il loro uomo sarà piuttosto Barabba, eroe della resistenza antiromana. C’era stato un momento nel quale Gesù avrebbe potuto chiedere tutto, persino il sacrificio della vita, quando era entrato a Gerusalemme acclamato come Messia. Ma nulla era accaduto. Qualcuno pensa che il comportamento di Giuda sia stato la conseguenza di questa delusione.

              La domanda di Pilato a Gesù, “Tu sei re?”, è stata ripetuta infinite volte nella storia della comunità dei discepoli del Nazareno e nella storia dei cercatori di giustizia. E’ stata anche elaborata una dottrina consolatoria: ci sarà una seconda venuta e questa sarà nella gloria. Se ora Gesù ha scelto la via della debolezza, un giorno verrà con irresistibile forza; se ora egli viene per annunciare la misericordia, in quel giorno sarà giudice severo.

              Non sarà così. Il Risorto porta le piaghe della passione e le mostra ai suoi apostoli: esse sono il segno indelebile che anche la seconda venuta sarà come la prima, una venuta di misericordia. Il libro dell’Apocalisse, descrivendola, dice: “Ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero e per lui tutte le tribù della terra si batteranno il petto” (Ap 1,7).

              In altre parole, Dio rifiuta la via della vittoria e della potenza. Ci sarà certamente un giudizio: le nostre opere saranno pesate in relazione all’opera di Dio, se cioè avremo avuto misericordia.

              Le domande, le perplessità si affollano: dobbiamo dunque scegliere una via che sappiamo perdente? Non dovremo lottare per la giustizia? Non dovremo difenderci dall’aggressore? E ancora: non è forse la politica l’arte del possibile? La radicalità del Vangelo non dovrebbe essere stemperata dal confronto con la realtà?

              Sono domande che mi pongo, soprattutto in una stagione di grande povertà per la Chiesa: una povertà non di soldi e neppure di prestigio, ma la povertà dell’umiliazione, del rifiuto del Vangelo, in nome della sua asserita inattualità. Questa povertà va accettata: è la grande purificazione, che porta a riconsiderare ciò che è veramente importante: la sacra Scrittura, l’Eucaristia e la carità.

              In particolare, la via della carità è sempre aperta: “Avevo fame, ero straniero, malato, carcerato, e mi avete assistito … Tutto quello che avrete fatto a questi miei fratelli più piccoli, l’avrete fatto a me”, dice il Giudice nel grande affresco di Matteo 25.

              Dobbiamo però stare attenti all’eccessivo entusiasmo e al compiacimento per le nostre opere buone. I primi ad aver bisogno di misericordia, siamo noi. Per questo, è così importante l’Eucaristia, la Messa. Per noi è offerto in sacrificio quel corpo ed è versato quel sangue. La sproporzione tra le nostre opere e l’opera di Dio rimane. Tuttavia, se diminuisce la presunzione, aumenta la fiducia.

              Non stanchiamoci di volgere lo sguardo a Colui che abbiamo trafitto. E’ la forza di quel sacrificio che ne fa il nostro re. Nessuno deve averne paura, egli non umilia nessuno, anzi, proclama la dignità di ogni uomo; anche colui che si è macchiato di grandi colpe, accolto da quelle mani trafitte, trova la forza per ricominciare.

21 novembre 2021                                                              don Giuseppe Dossetti