VENITE A ME, VOI TUTTI CHE SIETE STANCHI E OPPRESSI – 17^ lettera alla comunità al tempo del coronavirus

Diciassettesima  lettera alla comunità al tempo del coronavirus

 

    L’affetto di Gesù per i “piccoli” è ben noto: malati, lebbrosi, peccatori sono i suoi preferiti. Egli sgrida severamente chi, tra i suoi discepoli, vuole creare delle graduatorie, ritenendosi “sapiente e dotto”, disprezzando la piccola fede di chi magari non riesce a rispettare i valori e le regole della comunità.

    Nel Vangelo di questa domenica, però, questi piccoli sono designati con una parola molto particolare: sono i népioi, in latino infantes, cioè quelli che, come i bambini di pochi mesi, non sanno parlare. Tuttavia, se non sanno parlare, sanno ascoltare: a loro è rivolta la “rivelazione” di Dio, anzi di Colui che Gesù ci insegna a chiamare  Padre. Non si tratta solo di una conoscenza dottrinale, ma di un’esperienza che trasforma, arricchisce, rende il discepolo trasparente alla luce divina, che, per il suo tramite, consola e guarisce. Ma rivelazione vuol dire dono: il dono può solo essere chiesto. Il punto di partenza di ogni cammino spirituale dovrebbe essere un sincero atto di umiltà e l’umiltà si esprime nel silenzio.

    In questi mesi di epidemia, abbiamo ascoltato tante parole, molte delle quali vuote, “vane”, nel senso che erano senza peso, spesso smentite dagli stessi che le avevano pronunziate: soprattutto, incapaci di consolare, di orientare, di dare non illusioni ma speranze. E’ troppo presto per interpretare quello che sta avvenendo: abbiamo bisogno di silenzio. Certamente, dev’essere un silenzio operoso: il silenzio di chi studia e di chi cura, il silenzio di chi cerca di conservare il lavoro ai più fragili; il silenzio di chi si adopera perché le scuole riaprano e perché i bimbi che nascono siano accolti come una ricchezza da tutta la comunità.

    Ci dev’essere però un luogo, nella nostra anima, nel quale conserviamo il silenzio. Anche il dolore può generare il silenzio, se diventa umile domanda. 

    “Venite a me”, dice Gesù, oggi. Non lo dice col piglio del condottiero o di chi vuole diffondere una dottrina: egli è “mite e umile di cuore”. La sua tenerezza nasce dalla compassione per l’uomo, per la sofferenza dei piccoli. Egli non impone. L’immagine del giogo, cioè della sbarra posta sul collo degli animali per guidarli, designava la Legge e le sue esigenze; la legge di Gesù nasce dal di dentro, per questo è leggera. Essa è una voce soave, che orienta, che talvolta è esigente, ma che contiene sempre una promessa, che perdona e consola.

    Così dovrebbe essere ogni autorità, nella Chiesa, ma anche nella società civile. Se chi guida altri uomini è profondamente convinto di aver bisogno lui per primo di essere guidato, se dietro le sue parole si avverte il silenzio dell’ascolto, se si avverte in lui la compassione per la fatica dei suoi fratelli, allora la sua autorità sarà accettata e egli sarà costruttore di pace.

 

05 luglio 2020                               don Giuseppe Dossetti